BoltRead

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

by Cesare Cantù

it · ~715 min at 250 WPM

La vitalità de’ tempi repubblicani sopravvivea, portando all’attività e alla creazione; mentre dai modelli classici, che allora o si discoprivano, o meglio fissavano l’attenzione, imparavansi eleganza e correttezza. Questo decimo volume della monumentale Storia degli Italiani di Cesare Cantù attraversa il Rinascimento, soffermandosi sul secolo di Leone X. Partendo dalle arti del disegno e dalla parola, Cantù ricostruisce il passaggio dall’architettura gotica delle grandi cattedrali — il duomo di Milano, la Certosa di Pavia, San Petronio — al ritorno verso l’antico, e celebra le imprese ingegneristiche come la cupola brunelleschiana di Santa Maria del Fiore, esempio di ardimento corretto dall’intelligenza scientifica.

L’opera intreccia storia politica, civile e artistica per mostrare come la grandezza italiana nascesse da un’antica vigoria nazionale più che dal mecenatismo dei principi. Tra splendore culturale e miserie politiche, Cantù medita sul rapporto fra bellezza, fede e identità di un popolo. Importante perché offre una sintesi appassionata e moralmente impegnata della civiltà italiana, scritta da uno dei massimi storici dell’Ottocento.

Read this book

How it begins

La vitalità de’ tempi repubblicani sopravvivea, portando all’attività e alla creazione; mentre dai modelli classici, che allora o si discoprivano, o meglio fissavano l’attenzione, imparavansi eleganza e correttezza. Da questo felice temperamento trae carattere il secolo di Leon X; secolo di tante miserie per l’Italia, eppure di bocca in bocca qualificato come d’oro, come un meriggio, sottentrato alle tenebre del medioevo: ma l’altezza a cui si spinsero le arti del disegno e quelle della parola, anzichè creazione de’ Medici, fu effetto dell’antica vigoria, che agitava l’Italia anche sul punto di perire. Il bisogno di contemplare e imitar la bellezza visibile siccome scala alla suprema e immutabile, e di farla specchio alla coscienza meditatrice, alimentò sempre le arti fra noi: tanto che, ridotte quasi una parte della liturgia, si prefiggevano certi tipi e forme rituali, volendo esprimere piuttosto la visione dello spirito che la corretta imitazione della natura, raggiungere l’evidenza efficace dell’emblema piuttosto che la squisitezza della forma; piuttosto ispirare devozione e raccoglimento, che destare vaghezza e meraviglia; atti di fede insomma, meglio che prove d’abilità. All’ispirazione accoppiasi poi lo studio; dalle immobili rappresentazioni bisantine si passa alle libere e variate d’un’arte indipendente, la quale infine prevalse fin a proporsi anzitutto la plastica squisita, lasciva però di sembianze, scarsa d’affetto; traducendo la realtà della fisica, non interpretando i misteri della morale natura.

Text from Project Gutenberg, public domain.