Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15)
Storia degli Italiani, vol. 03 di Cesare Cantù prosegue la grande narrazione dell'autore dall'età di Augusto, quando Roma raggiunge il suo apogeo politico e culturale. Cantù ricostruisce la formazione della letteratura latina, mostrando come essa nacque dall'incontro con la civiltà greca e con le tradizioni italiche: dai rozzi versi fescennini e saturnini ai canti contadini, fino al teatro introdotto da Livio Andronico, Nevio, Plauto, Ennio e Pacuvio. Attraverso giochi scenici, tragedie e commedie, l'autore segue l'evoluzione dell'arte, della lingua e dei costumi del popolo romano.
L'opera intreccia storia politica e storia della cultura, illuminando le radici greche ed etrusche della civiltà italiana e il lento maturare di un'identità nazionale. Cantù, con erudizione e amore patriottico, invita il lettore a riconoscere nelle origini antiche le premesse della grandezza e delle contraddizioni dell'Italia. Un volume prezioso per comprendere come letteratura, religione e vita civile si fondessero nel mondo romano.
How it begins
Un'altra fortuna ebbe Augusto, che al suo corrispondesse il secolo d'oro della letteratura latina, talchè il nome di lui, non solo si associò all'immortalità di quegli scrittori, ma rimase come appellativo de' protettori del bel sapere. Ne' primordj, Roma s'occupò a difendersi e trionfare, non ad ingentilire gl'intelletti. Sol quando penetrò nella Grecia italica, poi nella Grecia propria, conobbe una coltura più raffinata, e la introdusse coi prigionieri e coi vinti, i quali allogaronsi come maestri o clienti nelle principali famiglie; e tal ne prese vaghezza che dimenticò i modi nazionali per tenersi affatto sulle orme greche. Quand'anche non fosse natura degl'Italiani, sappiamo per iscritto che il popolo nostro dilettavasi grandemente di canzoni nelle varie fasi della vita; specialmente alle vendemmie, e quando la riposta messe lusingava terminate le fatiche, e alle solennità della rustica Pale i prischi agricoli, forti e contenti di poco, coi figli, colla fedele consorte e coi compagni di lavoro esilaravano l'anima e il corpo nel suono e nel ballo [1] ; e la gioja bacchica esultava in canti e gesticolazioni, e forse anche dialoghi, di versi regolati dall'orecchio e misurati dalla battuta del piede. Questa fu per gran pezzo l'unica drammatica, ben lontana dalla artistica che pur già grandeggiava in Sicilia, e che richiede un'azione, un intreccio, e caratteri e affetti.
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