Gli eretici d'Italia, vol. III
Gli eretici d'Italia, vol. III, di Cesare Cantù, prosegue la grande inchiesta storica sull'eterodossia religiosa nella penisola, spostando lo sguardo sui pontificati che seguirono il Concilio di Trento. Si apre con Gregorio XIII, ritratto nelle sue opere di riforma morale, nella fondazione di collegi e seminari per ogni nazione, nell'impulso agli studi orientali e, soprattutto, nella celebre riforma del calendario del 1582. Cantù ne ripercorre la genesi scientifica e le resistenze politiche e protestanti, per poi avviare il racconto del successore Sisto V, sfrondando le dicerie popolari e le storie ciarlatanesche che ne avevano romanzato la figura.
L'opera intreccia storia della Chiesa, controversia confessionale e cultura europea, mostrando come ogni atto romano — perfino la misura del tempo — divenisse terreno di scontro tra autorità pontificia e libertà dei principi. Conta perché documenta, con erudizione e spirito critico, la Controriforma italiana e i suoi dissidenti, restituendo le tensioni durature tra fede, potere e nazione.
How it begins
Per la solita altalena, a Pio V fu dato successore Ugo Buoncompagni bolognese, che volle chiamarsi Gregorio XIII. Arrendevole e clemente fin a scapito della giustizia, le inclinazioni sue mondane dovette reprimere a fronte della riforma morale, e a fatica potè favorire un proprio figliuolo, niente i nipoti; esatto del resto ai doveri di capo dei fedeli, ad elevare alla mitra i migliori, a diffondere l'istruzione. Secondo i decreti tridentini stabilì una Congregazione della visita, che sopravedesse a quella di tutte le diocesi, e mandava visitatori apostolici che si faceano rendere i conti delle chiese, de' luoghi pii, delle fraternite, per quanto eccitassero scontentezze. Prescrisse che ogni cattedrale avesse un teologo (1573). Spendendo quanto Leon X, per riparare ai guasti cagionati da questo fondò e dotò ben ventitrè collegi, tra cui quello di tutte le nazioni, alla apertura del quale si pronunziarono discorsi in venticinque favelle; rifondò il Germanico, palestra di futuri atleti; uno pei Greci, che vi erano allevati al modo e col linguaggio e il rito patrio; uno Ungarico, uno Illirico a Loreto, uno pei Maroniti, uno per gl'Inglesi; rifabbricò il Collegio romano, istituì quello de' Neofiti, poi ne seminò per tutta Germania e Francia, e fin tre nel Giappone. Spese due milioni di scudi in fare studiare giovani poveri, e un milione in dotare zitelle [1] .
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