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I manifesti del futurismo

by F. T. Marinetti

it · ~195 min at 250 WPM

Avevamo vegliato tutta la notte: così Marinetti apre la raccolta che riunisce i suoi manifesti, lanciandosi all'alba con gli amici a bordo di automobili ruggenti per le strade di una città addormentata. Dopo una corsa folle, inseguendo la Morte e finendo capovolto in un fossato d'officina, il poeta risorge dal fango e detta agli uomini vivi della terra il primo Manifesto del futurismo. Da qui sgorgano le parole d'ordine del movimento: l'amore del pericolo, il coraggio, la ribellione, l'esaltazione del movimento aggressivo e della bellezza nuova, quella della velocità.

L'opera celebra la macchina, l'energia e la modernità, dichiarando guerra al passatismo, ai musei e all'immobilità contemplativa della cultura tradizionale. Tra immagini incendiarie e prosa lirica, il futurismo proclama la frattura con il passato e l'avvento di un'arte fondata sulla forza, sull'audacia e sulla dinamica industriale. Resta un documento fondamentale delle avanguardie del Novecento, capace ancora oggi di affascinare e inquietare per la sua carica visionaria e provocatoria.

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How it begins

Avevamo vegliato tutta la notte — i miei amici ed io — sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perchè come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture. Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poichè ci sentivamo soli, in quell’ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate, di fronte all’esercito delle stelle nemiche, occhieggianti dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che s’agitano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a pazza corsa, soli cogli ubriachi annaspanti, con un incerto batter d’ali, lungo i muri della città. Sussultammo ad un tratto, all’udire il rumore formidabile degli enormi tramvai a due piani, che passano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori, come i villaggi in festa che il Po straripato squassa e sràdica d’improvviso, per trascinarli fino al mare, sulle cascate e attraverso i gorghi di un diluvio. Poi il silenzio divenne più cupo. Ma mentre ascoltavamo l’estenuato borbottìo di preghiere del vecchio canale e lo scricchiolar dell’ossa dei palazzi moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici.

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